Idee e tesi liberiste per svelare lo spauracchio liberal del “1937”
Dopo Federico Rampini, anche Eugenio Scalfari ha sostenuto su Repubblica che il grande rischio per questo 2011 è di rivelarsi un altro 1937: l’anno della “depressione-nella-depressione”. Rampini e Scalfari (e prima di loro Paul Krugman) sposano la lettura per cui la frenata dell’economia americana sarebbe stata allora legata alla decisione del presidente Franklin D. Roosevelt di riportare il bilancio in pareggio, tagliando parte degli aiuti pubblici avviati dal New Deal. di Alberto Mingardi
13 AGO 20

Per alcuni studiosi, il vero problema non fu la riduzione del deficit di bilancio ma la contrazione monetaria: nella sua “A History of the Federal Reserve” (2003), Allan Meltzer descrive in dettaglio il braccio di ferro fra il ministro del tesoro di Roosevelt, Morgenthau, e l’allora governatore della Fed, Eccles, che scaricò ogni colpa sull’assenza di nuove spese. In un ampio lavoro sulla storia della disoccupazione negli Stati Uniti (“Out of Work. Unemployment and Government in 20th Century America”, 1993), Richard Vedder e Lowell Gallaway puntano il dito verso l’iper-regimentazione del mercato del lavoro. Gli autori ricordano come “la teoria ortodossa ipotizzava che i salari reali avrebbero dovuto diminuire, giacché i disoccupati in cerca di lavoro sarebbero stati disposti ad accettare una paga più bassa”. Tuttavia “il fatto che ciò non sia avvenuto rappresentò uno dei principali motivi del prolungamento della Depressione”. Il New Deal combatté con entusiasmo la libertà contrattuale. Quella che Amity Shlaes chiama nel suo “L’uomo dimenticato. Una nuova storia della grande depressione” (Feltrinelli, 2011) la rinnovata baldanza di Roosevelt, dopo la rielezione, lo portò, proprio nel 1937, ad approvare un salario minimo. Nel 1935 era stato varato il Wagner Act, “la legge più coercitiva mai fatta passare sotto il New Deal” (Shlaes), secondo cui, una volta entrato in azienda, un sindacato poteva impedire l’assunzione dei lavoratori non iscritti (“closed shop”). Lo storico Robert Higgs ha poi proposto di spiegare la “recessione nella recessione” con il concetto di “regime uncertainty”. L’incertezza circa i reali intendimenti del sistema politico porta necessariamente a un raffreddamento degli investimenti privati.
Non è un caso se proprio nel 1937 Roosevelt avviava una nuova crociata contro i “ricchi contribuenti che trasferendo beni propri entro portafogli di società anonime hanno evitato di pagare l’intero importo fiscale”: i Du Pont, gli Hearst, i Mellon, i J.P. Morgan le cui strategie fiscali erano sì “assolutamente legittime” e tuttavia censurabili. La storia si ripete anche più di due volte, e non è detto che non continui a ripresentarsi in forma di tragedia. In democrazia, la tentazione di affrontare una crisi indicando un capro espiatorio è probabilmente inevitabile. I “super ricchi” si prestano bene al gioco, sono sufficientemente minoritari e opulenti da non far scorrere lacrime. Ma è paradossale che da una parte si biasimi l’irrazionalità degli investimenti lasciati al mercato, mettendo in campo strumenti per indirizzarli, e dall’altra si pongano in essere tutte le condizioni necessarie per rendere un’economia inospitale proprio a chi quegli investimenti li dovrebbe mettere sul piatto. Un mercato del lavoro rigido limita la capacità delle imprese di ristrutturarsi, una fiscalità punitiva scoraggia i ceti più dinamici, l’imprevedibilità del diritto schiaccia gli operatori economici sotto il peso dell’incertezza. Peggio ancora: proprio quell’estrema discrezionalità dei decisori pubblici che è tipica della “democrazia della spesa” rischia di premiare cacciatori di rendite e spregiudicati collezionisti di sussidi. Proprio il genere di “farabutti e superbi” di cui Luigi Einaudi si augurava la “meritata punizione”, nel suo saggio “Il mio piano non è quello di Keynes” (1933), per aver male investito nella burbanza del boom. Con buona pace dei fautori della spesa sempre e per sempre, l’invocazione einaudiana vale tanto per i privati quanto per lo stato: “Fuor dal catechismo di santa romana chiesa non c’è salvezza: dalla crisi non si esce se non allontanandosi dal vizio e praticando la virtù”.
di Alberto Mingardi